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	<title>Gestione del Dolore &#8211; Alessandra Di Domenico</title>
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	<description>Osteopata Teramo, Biologa Mosciano</description>
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	<title>Gestione del Dolore &#8211; Alessandra Di Domenico</title>
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		<title>Dolore e Sistema Immunitario: Quello che la Scienza Ci Dice Oggi</title>
		<link>https://alessandradidomenico.it/dolore-e-sistema-immunitario-quello-che-la-scienza-ci-dice-oggi-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 12:50:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Indice dei contenuti Introduzione Dolore e sistema immunitario non sono due sistemi separati che si influenzano a vicenda: parlano la stessa lingua biologica. Condividono mediatori, recettori e pathway molecolari — e questa distinzione cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo e trattiamo il dolore. È la premessa centrale della review di Hodges et al. (2026), [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">Indice dei contenuti</h3>



<ol>
<li><a href="#tipi-di-dolore">I tre tipi di dolore e i loro meccanismi biologici</a></li>



<li><a href="#cellule-immunitarie">Le cellule immunitarie lungo l&#8217;asse del dolore</a></li>



<li><a href="#stile-di-vita">Stile di vita e dolore: i meccanismi immunitari</a></li>



<li><a href="#dolore-cronico">Come il dolore diventa cronico</a></li>



<li><a href="#faq">FAQ: Domande frequenti su dolore e sistema immunitario</a></li>
</ol>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Introduzione</h3>



<p><strong>Dolore e sistema immunitario</strong> non sono due sistemi separati che si influenzano a vicenda: parlano la stessa lingua biologica. Condividono mediatori, recettori e pathway molecolari — e questa distinzione cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo e trattiamo il dolore.</p>



<p>È la premessa centrale della review di Hodges et al. (2026), pubblicata su <a href="https://www.sciencedirect.com/journal/musculoskeletal-science-and-practice" target="_blank" rel="noopener">Musculoskeletal Science and Practice</a>, una delle riviste di riferimento in ambito muscoloscheletrico. In questo articolo ripercorro i quattro argomenti chiave dello studio: i meccanismi biologici che differenziano i tipi di dolore, il ruolo delle cellule immunitarie lungo l&#8217;asse dolore, l&#8217;impatto degli interventi non farmacologici, e i processi che portano alla cronicizzazione.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">I Tre Tipi di Dolore e i Meccanismi Biologici </h3>



<p>Il dolore non è tutto uguale, e il sistema immunitario lo sa già. Esistono tre tipi di dolore con meccanismi biologici completamente distinti. Trattarli allo stesso modo è uno dei motivi principali per cui molti trattamenti falliscono.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dolore Nocicettivo</h4>



<p>Il dolore nocicettivo è il tipo più classico: origina da un danno tissutale reale o minacciato. Macrofagi, mastociti e neutrofili rilasciano citochine pro-infiammatorie e prostaglandine, che attivano i nocicettori — i recettori sensoriali del sistema nervoso periferico. Quando l&#8217;infiammazione si risolve, anche il dolore si risolve.</p>



<p><strong>Esempio clinico:</strong> una distorsione alla caviglia attiva la cascata infiammatoria — gonfiore, calore, dolore acuto. Con la risoluzione dell&#8217;infiammazione, il dolore scompare. I FANS funzionano bene in questo contesto perché bloccano la produzione di prostaglandine a monte.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dolore Neuropatico</h4>



<p>In questo caso il problema non è nel tessuto, ma nel nervo. Quando un nervo è leso, le cellule immunitarie raggiungono il ganglio della radice dorsale (DRG) e rilasciano mediatori pro-infiammatori che ne amplificano l&#8217;attività. In alcuni casi il sistema immunitario produce anticorpi che si legano direttamente ai nocicettori, ipereccitandoli: il dolore si genera anche in assenza di uno stimolo reale.</p>



<p><strong>Esempio clinico:</strong> nella sciatalgia da ernia lombare, la radice nervosa compressa subisce infiltrazione immunitaria. La densità di macrofagi intra-nervosi correla direttamente con l&#8217;intensità del dolore parossistico riferito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dolore Nociplastico</h4>



<p>Nessun danno tissutale. Nessuna lesione nervosa. Il dolore nociplastico è guidato da un&#8217;alterata elaborazione centrale: microglia e astrociti diventano cronicamente attivati, riducendo la segnalazione inibitoria e mantenendo la cosiddetta sensibilizzazione centrale. È il meccanismo alla base di condizioni come la fibromialgia e alcune forme di <a href="#">lombalgia cronica</a>.</p>



<p>Studi di imaging PET-MRI in pazienti con lombalgia cronica mostrano segni di infiammazione attiva nel talamo — la struttura che smista i segnali dolorifici. Il cervello è letteralmente in uno stato infiammatorio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Punto chiave:</strong> il tipo di dolore non è un&#8217;etichetta diagnostica generica. È un&#8217;impronta meccanicistica. Il sistema immunitario lascia una firma biologica diversa in ciascuno — e l&#8217;efficacia del trattamento dipende dalla capacità di leggerla correttamente.</p>
</blockquote>


<div class="wp-block-image is-style-default">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1665" height="1065" src="https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore.png" alt="I tre tipi di dolore: nocicettivo ,neuropatico e nociplastico mediati dalle cellule del sistema immunitario." class="wp-image-6463" srcset="https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore.png 1665w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore-300x192.png 300w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore-1024x655.png 1024w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore-768x491.png 768w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_tipi_dolore-1536x982.png 1536w" sizes="(max-width: 1665px) 100vw, 1665px" /></figure></div>


<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Le Cellule Immunitarie Lungo l&#8217;Asse del Dolore</h3>



<p>Le cellule immunitarie partecipano attivamente al dolore a ogni livello del sistema nervoso: non solo nel punto in cui si avverte il dolore, ma lungo tutto il percorso dal tessuto periferico fino alla corteccia cerebrale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img decoding="async" width="1815" height="1965" src="https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario.png" alt="Cellule immunitarie lungo l'asse del dolore : tessuto periferico e sistema nervoso centrale." class="wp-image-6464" srcset="https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario.png 1815w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario-277x300.png 277w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario-946x1024.png 946w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario-768x831.png 768w, https://alessandradidomenico.it/wp-content/uploads/2026/05/infografica_asse_dolore_immunitario-1419x1536.png 1419w" sizes="(max-width: 1815px) 100vw, 1815px" /></figure></div>


<h4 class="wp-block-heading">Nei Tessuti Periferici</h4>



<p>Mastociti, macrofagi, neutrofili e fibroblasti rilasciano citochine — TNF-α, IL-1β, IL-6 — prostaglandine e specie reattive dell&#8217;ossigeno. Questi mediatori attivano i nocicettori e aumentano la permeabilità vascolare, amplificando il segnale doloroso.</p>



<p><strong>Esempio:</strong> nell&#8217;artrosi al ginocchio, i macrofagi del liquido sinoviale rilasciano molecole chemioattraenti che richiamano ulteriori cellule immunitarie nell&#8217;articolazione. Queste, a loro volta, rilasciano altri mediatori infiammatori, sensibilizzando progressivamente i nocicettori in un loop che si auto-alimenta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nei Nervi Periferici</h4>



<p>Le cellule di Schwann attivano il complemento e reclutano macrofagi. Cellule T e B infiltrano i gangli della radice dorsale. In alcuni casi il sistema immunitario produce anticorpi che si legano direttamente ai nocicettori, determinando ipereccitabilità persistente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nel Sistema Nervoso Centrale</h4>



<p>Microglia e astrociti rilasciano citochine pro-infiammatorie, alterano il trasporto del glutammato e riducono la segnalazione inibitoria. Inoltre, la disruzione della barriera emato-encefalica consente alle cellule immunitarie periferiche di infiltrare il SNC, mantenendo attiva la sensibilizzazione centrale.</p>



<p>Studi PET imaging in pazienti con lombalgia cronica hanno identificato attivazione microgliale nel talamo — il principale relay sensoriale del cervello — con espressione significativamente maggiore nelle presentazioni nociplastiche rispetto a quelle nocicettive.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Conclusione di sezione:</strong> l&#8217;infiammazione non è un evento locale e passeggero. Segue l&#8217;asse del dolore dal tessuto alla corteccia, e il sistema immunitario la guida a ogni livello.</p>
</blockquote>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Stile di Vita e Dolore: i Meccanismi Immunitari </h3>



<p>Esercizio fisico, sonno, dieta e gestione dello stress non fanno solo &#8220;stare meglio&#8221;: modificano in modo diretto i meccanismi immunitari del dolore. I pathway sono precisi, misurabili e clinicamente rilevanti. Di conseguenza, gli interventi non farmacologici non sono semplici complementi alla terapia — sono interventi meccanicisticamente attivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Esercizio Fisico e Infiammazione</h4>



<p>A livello periferico, l&#8217;esercizio aumenta la polarizzazione dei macrofagi verso il fenotipo anti-infiammatorio ed eleva IL-10 nel dolore nocicettivo e IL-4 nel dolore neuropatico. A livello sistemico riduce le citochine pro-infiammatorie circolanti. Nel SNC, diminuisce l&#8217;attivazione gliale e l&#8217;espressione di citochine pro-infiammatorie nel corno dorsale.</p>



<p>Dopo una lesione nervosa, l&#8217;attività fisica aerobica riduce le citochine pro-infiammatorie e aumenta IL-10. Nei modelli sperimentali, questi cambiamenti immunitari erano direttamente proporzionali alla riduzione del dolore neuropatico. In altre parole, l&#8217;esercizio non maschera il dolore: ne modifica la biologia sottostante.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dieta, Microbioma e Neuroinfiammazione</h4>



<p>Nutrienti anti-infiammatori — omega-3, antiossidanti, fibre — abbassano l&#8217;infiammazione sistemica. Tuttavia, la relazione tra dieta e dolore è più profonda: la composizione del microbioma intestinale influenza la neuroinfiammazione attraverso l&#8217;asse intestino-cervello. Le adipochine prodotte dal tessuto adiposo amplificano la segnalazione pro-infiammatoria, rendendo quindi il calo ponderale un intervento meccanicisticamente attivo.</p>



<p>Diete ricche di grassi aumentano le adipochine circolanti, sensibilizzando i nocicettori. Al contrario, diete anti-infiammatorie riducono l&#8217;attivazione gliale nel SNC. Quello che si mangia cambia lo stato immunitario del cervello.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sonno e Sistema Glinfatico</h4>



<p>Durante il sonno, il sistema glinfatico elimina i mediatori neuroimmuni e i prodotti metabolici dal SNC. Un sonno insufficiente, invece, upregola il sistema nervoso simpatico e l&#8217;asse HPA, aumentando l&#8217;IL-6 circolante e sensibilizzando i pathway nocicettivi sia periferici che centrali.</p>



<p>La terapia cognitivo-comportamentale per l&#8217;insonnia ha ridotto l&#8217;infiammazione sistemica e il dolore in pazienti con <a href="#">fibromialgia</a> — suggerendo che la neuroinfiammazione del SNC può essere modulata attraverso interventi specifici sul sonno.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Stress e Asse HPA</h4>



<p>Lo stress psicologico attiva il sistema simpatico e l&#8217;asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), aumentando monociti e macrofagi periferici e determinando l&#8217;attivazione della microglia cerebrale. Lo stress cronico mantiene, quindi, la microglia in uno stato pro-infiammatorio che alimenta la sensibilizzazione centrale.</p>



<p>Mindfulness e CBT normalizzano questi pathway e riducono i marcatori infiammatori sistemici in studi controllati randomizzati. Il lavoro psicologico non è separato dalla biologia del dolore: ne è parte integrante.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Come il Dolore Diventa Cronico</h3>



<p>Il dolore cronico non è semplicemente dolore che persiste nel tempo. È un fallimento della risoluzione immunitaria. La cronicizzazione è una progressiva centralizzazione dell&#8217;attività neuro-immune: dal tessuto periferico al midollo spinale, fino al cervello.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Infiammazione Periferica Irrisolta</h4>



<p>La risposta immunitaria precoce al danno tissutale o nervoso è protettiva — necessaria per la riparazione. Ma se l&#8217;attività pro-infiammatoria non si risolve, le cellule immunitarie rimangono attivate, sensibilizzando continuamente i nocicettori periferici.</p>



<p>Un dato controintuitivo ma cruciale: bloccare l&#8217;infiammazione acuta subito dopo una lesione nervosa rallenta il recupero. Mancano i neutrofili che eliminano i detriti cellulari, e si impoverisce il pool di cellule T regolatorie. L&#8217;infiammazione precoce, pertanto, non è il problema — è la sua mancata risoluzione che crea il danno.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Midollo Spinale Amplifica il Segnale</h4>



<p>I mediatori pro-infiammatori attivano microglia e astrociti nel corno dorsale, alterando la segnalazione inibitoria mediata da GABA e glicina e promuovendo il rimodellamento sinaptico. La disruzione della barriera emato-encefalica, inoltre, consente alle cellule immunitarie periferiche di infiltrare il SNC.</p>



<p>Pazienti con artrosi al ginocchio e caratteristiche nociplastiche mostrano attivazione gliale centrale oltre che articolare. Questi pazienti, di conseguenza, rispondono scarsamente alla chirurgia protesica: il problema non è più nell&#8217;articolazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Cervello Mantiene lo Stato Infiammatorio</h4>



<p>La neuroinfiammazione sopraspinale — talamo, corteccia, ippocampo — sostiene la plasticità maladattiva. Le citochine pro-infiammatorie alterano la sintesi e il reuptake dei neurotrasmettitori, alimentando così comorbilità come disturbi del sonno, ansia e depressione.</p>



<p>In pazienti con artrite reumatoide, l&#8217;imaging cerebrale mostra attivazione microgliale nell&#8217;ippocampo — struttura coinvolta in memoria, umore e regolazione del dolore. Non è solo l&#8217;articolazione che infiamma: il cervello risponde e si riorganizza strutturalmente.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Conclusione di sezione:</strong> la cronicizzazione del dolore rappresenta uno spostamento del locus dell&#8217;attività immunitaria dalla periferia al sistema nervoso centrale. Gli interventi che agiscono solo sull&#8217;infiammazione periferica diventano progressivamente meno efficaci man mano che questa transizione avviene. Riconoscerla precocemente è la chiave per un trattamento efficace.</p>
</blockquote>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Conclusione</h3>



<p>La ricerca di Hodges et al. (2026) offre una cornice integrativa per comprendere il <strong>dolore e il sistema immunitario</strong> come un fenomeno neuro-immune unitario. Le implicazioni cliniche sono concrete.</p>



<p>Il tipo di dolore determina il target terapeutico. Le cellule immunitarie sono attori attivi a ogni livello dell&#8217;asse dolore. Gli interventi sullo stile di vita agiscono sugli stessi pathway dei farmaci. E la transizione verso la cronicizzazione richiede un cambio di approccio terapeutico.</p>



<p>Il dolore cronico non è un problema di bassa soglia del dolore. È un problema di neuroinfiammazione persistente. Trattarlo come tale cambia tutto.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">FAQ: Domande Frequenti su Dolore e Sistema Immunitario</h2>



<p><strong>Qual è il legame tra dolore e sistema immunitario?</strong><br>Dolore e sistema immunitario condividono mediatori molecolari, recettori e pathway biologici. Le cellule immunitarie — macrofagi, microglia, linfociti — partecipano attivamente alla generazione e al mantenimento del dolore a ogni livello del sistema nervoso.</p>



<p><strong>Quali sono i tre tipi di dolore?</strong><br>I tre tipi principali sono: dolore nocicettivo (da danno tissutale), dolore neuropatico (da lesione nervosa) e dolore nociplastico (da alterata elaborazione centrale senza danno strutturale identificabile).</p>



<p><strong>Come lo stile di vita influenza il dolore cronico?</strong><br>Esercizio fisico, dieta anti-infiammatoria, qualità del sonno e gestione dello stress modificano direttamente i pathway immunitari del dolore — riducendo citochine pro-infiammatorie, modulando la microglia e abbassando la sensibilizzazione centrale.</p>



<p><strong>Perché il dolore cronico è difficile da trattare?</strong><br>Perché nel dolore cronico il locus dell&#8217;attività immunitaria si sposta dalla periferia al sistema nervoso centrale. Gli interventi che agiscono solo sull&#8217;infiammazione periferica diventano progressivamente meno efficaci. È necessario un approccio che consideri la neuroinfiammazione centrale.</p>



<p><strong>Cos&#8217;è la sensibilizzazione centrale?</strong><br>È un meccanismo per cui il sistema nervoso centrale diventa ipereccitabile: elabora i segnali dolorifici in modo amplificato anche in assenza di stimoli periferici reali. È alla base del dolore nociplastico e di molte forme di dolore cronico.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><em>Fonte principale: Hodges et al. (2026). Musculoskeletal Science and Practice.</em><br><em>Articolo scritto da <a href="https://alessandradidomenico.it/author/aledido/">Alessandra Di Domenico</a></em></p>
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			</item>
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		<title>La gestione del dolore acuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2022 07:51:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Abbiamo già affrontato, in un altro articolo, la definizione di dolore e le sue diverse classificazioni. Ribadiamo che il dolore è un’esperienza individuale, multifattoriale, influenzata, tra l’altro, da aspetti culturali, da precedenti esperienze di dolore, convinzioni, umore e capacità di farvi fronte (strategie di coping) . Il dolore può essere un indicatore di danno tessutale, come nel caso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo già affrontato, <a href="https://www.osteopatadidomenico.it/argomenti-vari/il-dolore/" target="_blank" rel="noopener">in un altro articolo</a>, la <strong>definizione di dolore</strong> e le sue diverse classificazioni. Ribadiamo che il dolore è un’esperienza individuale, multifattoriale, influenzata, tra l’altro, da aspetti culturali, da precedenti esperienze di dolore, convinzioni, umore e capacità di farvi fronte (strategie di coping) . Il dolore può essere un indicatore di danno tessutale, come nel caso di un dolore acuto post-traumatico, ma può anche essere un vissuto in assenza di una causa identificabile.</p>
<p>Così come per il dolore cronico, anche per il dolore acuto, <strong>il grado di disabilità può variare in relazione all’esperienza del dolore</strong>; allo stesso modo vi è una <strong>variazione individuale</strong> in risposta ai più comuni metodi per alleviarlo. Alcuni rispondono molto rapidamente a certe strategie terapeutiche, altri più lentamente o affatto. La definizione della IASP sottolinea che il dolore non è un fenomeno osservabile o misurabile, ma piuttosto <strong>un’esperienza soggettiva che ha una relazione molto variabile con il danno tissutale</strong>. Cosa vuol dire questo? Che <strong>non sempre esiste una diretta relazione tra quantità di danno e dolore percepito</strong>, a danno minore o maggiore non sempre corrisponde dolore minore o maggiore.</p>
<p>l compito di ricercatori e clinici è identificare tutti i fattori che potrebbero contribuire all’esperienza del dolore dell’individuo. Questi potrebbero includere <strong>fattori somatici (fisici) e psicologici</strong>, nonché fattori contestuali, come considerazioni situazionali e culturali. Espressioni del dolore, che possono includere espressioni facciali, postura del corpo , linguaggio, vocalizzazioni e comportamenti di evitamento rappresentano in parte la complessità dell’esperienza psicologica.</p>
<p>Ma veniamo ora alle <strong>più comuni strategie di gestione di un <a href="https://www.osteopatadidomenico.it/argomenti-vari/il-dolore-acuto/" target="_blank" rel="noopener">dolore acuto</a> post-traumatico</strong>. Essendo in tal caso una condizione alla cui base risiede un danno biologico, la sua iniziale gestione si basa su interventi mirati a risolvere l’alterazione biologica. Le più comuni strategie di intervento comprendono:</p>
<ul>
<li><strong>Moderati e mirati approcci farmacologici </strong></li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Strategie non farmacologiche</strong> come:</li>
</ul>
<p>a) Terapia manuale osteopatica;</p>
<p>b) Terapie strumentali fisioterapiche;</p>
<p>c) Esercizio terapeutico specifico;</p>
<p>4) Crioterapia</p>
<ul>
<li><strong>Educazione al paziente</strong>:</li>
</ul>
<p>a) Istruzioni riguardo al carico e al movimento. Non è, infatti, sempre detto che sia necessario l’assoluto riposo.</p>
<p>b) Uso di strategie cognitive per fronteggiare in maniera attiva la situazione per evitare l’instaurarsi di fenomeni come la catastrofizzazione e la paura del movimento, dato che potrebbero addirittura ritardare il recupero.</p>
<p>Ma perchè è importante gestire bene la fase acuta? Perchè evidenze sempre più recenti ci dicono che una sua mal adattiva gestione esita, inevitabilmente, verso una forma di dolore cronico e persistente di davvero complessa risoluzione. <strong>La componente non farmacologica</strong> come la terapia manuale, l’esercizio terapeutico specifico e alcuni tipi di terapia fisica, rappresenta uno <strong>strumento che dovrebbe sempre affiancare l’eventuale sostegno farmacologico</strong> perché, in realtà, sono questi interventi a garantire un recupero del tessuto danneggiato più prossimo alla sua fisiologia. Osservo, molto spesso, nella pratica clinica, come <strong>molte persone trascurino dolori alle fase iniziali</strong> pensando “passerà” oppure facendo uso, di propria iniziativa, dei più comuni anti-infiammatori. Queste strategie purtroppo, nel lungo periodo, si rivelano essere fallimentari, <strong>esitando nella maggior parte dei casi verso forme di dolore cronico</strong>. Il fatto che un dolore passi con un anti-infiammatorio, non significa necessariamente che il tessuto sia guarito nella maniera ottimale, motivo per cui, dopo qualche mese, con ottime probabilità quel dolore si ripresenta magari con intensità anche maggiore. <strong>Ne è un esempio molto tipico il dolore alla spalla</strong>. Fisiologicamente ogni danno regredisce spontaneamente, ma è <strong>molto importante che la guarigione spontanea dei tessuti avvenga quanto più in modo adattivo possibile</strong>, senza cioè l’instaurarsi di fenomeni fisiopatologici. Per questo motivo, quindi, in caso di dolore non esitare a contattare sin dalle prime fasi il tuo medico e il tuo fisioterapista/osteopata per farti indicare il miglior percorso terapeutico, sia farmacologico che non farmacologico.</p>
<p>Si tratta chiaramente di indicazioni generiche dato che ogni dolore acuto muscolo-scheletrico ha una sua specifica gestione soprattutto dal punto di vista non farmacologico. Pertanto, se vuoi, <em><strong>puoi contattarmi per espormi la tua personale situazione e valuteremo insieme il miglior percorso terapeutico</strong></em>.</p>
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		<title>Il dolore acuto</title>
		<link>https://alessandradidomenico.it/il-dolore-acuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Mar 2022 15:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Il&#160;DOLORE ACUTO&#160;rappresenta una delle più importanti strategie difensive del nostro corpo, il suo scopo è quello di proteggerci da lesioni e danni potenziali. Quando il dolore assume queste caratteristiche parliamo di vero e proprio&#160;DOLORE NOCICETTIVO con o meno associata componente infiammatoria. Questo dolore si manifesta in seguito ad uno stimolo che può aver generato un [&#8230;]]]></description>
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<p>Il&nbsp;<strong>DOLORE ACUTO</strong>&nbsp;rappresenta una delle più importanti strategie difensive del nostro corpo, il suo scopo è quello di proteggerci da lesioni e danni potenziali. Quando il dolore assume queste caratteristiche parliamo di vero e proprio&nbsp;<strong>DOLORE NOCICETTIVO con o meno associata componente infiammatoria</strong>. Questo dolore si manifesta in seguito ad uno stimolo che può aver generato un danno del tessuto o potrebbe potenzialmente provocarlo. In entrambi questi casi la sensazione dolorifica&nbsp;<strong>ha il compito di attuare una serie di comportamenti adatti a proteggerci</strong>, allontanandoci dallo stimolo, o mettendo a riparo la zona lesionata.</p>



<p>Le&nbsp;<strong>caratteristiche del dolore acuto</strong>&nbsp;sono molto precise:</p>



<ul>
<li>Un esordio improvviso in seguito ad uno stimolo dannoso.</li>



<li>Una ben precisa localizzazione del dolore nell’area danneggiata con possibili irradiazioni ma che sono in linea con l’evento lesivo.</li>



<li>È un dolore intermittente che può tendere ad aumentare in caso di carico e movimento e a ridursi con il riposo (N.B. Deve destare sospetto un dolore costante che non vede riduzione con nessun tipo di intervento mirato).</li>



<li>A volte si associano alterazioni anatomiche associate ad infiammazione come gonfiore e calore nell’area.</li>



<li>C’è una perfetta coerenza tra i sintomi riferiti e l’evento lesivo, tra l’esordio del dolore e la sua persistenza. È più che coerente avere dolore in seguito ad una lesione, non è coerente un dolore che permane in assenza di lesione.</li>
</ul>



<p>Questo tipo di dolore cessa nel momento in cui l’area danneggiata ripristina le sue fisiologiche funzioni. Tuttavia, capita purtroppo spesso che i processi risolutivi si attuino in maniera mal adattiva e questo è l’elemento che determina la&nbsp;<strong>transizione dal dolore acuto al dolore cronico</strong>, inteso, in questo senso, come una sorta di prosecuzione temporale della fase acuta che non si è risolta efficientemente.</p>



<p>Il dolore acuto, così come il dolore cronico, può andare incontro a&nbsp;<strong>fenomeni&nbsp;</strong>definiti<strong>&nbsp;di modulazione a partire da centri superiori</strong>. Aspetti come la paura di aggravare la situazione, la paura del movimento, l’ansia per quanto accaduto, le nostre credenze in merito al dolore, situazioni di stress e l’ipervigilanza possono avere un effetto sull’incremento o sulla riduzione del dolore ma possono anche avere un ruolo sull’efficienza del recupero. Questo accade perché, in realtà,&nbsp;<strong>il dolore non è un evento periferico</strong>, ma un output che si genera in seguito ad una elaborazione -da parte del sistema nervoso centrale- di stimoli provenienti dalla periferia.&nbsp;<strong>È il cervello che elabora le informazioni</strong>, non i tessuti periferici, ecco perché fenomeni legati ad aspetti psicologici possono modulare la percezione del dolore. Questo concetto, come vedremo, è molto importante nel dolore cronico.</p>



<p>Nel prossimo articolo parleremo delle più importanti strategie per affrontare una fase acuta di dolore ed evitare la transizione verso una forma cronica.</p>
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		<title>Quello che dovresti sapere sul dolore</title>
		<link>https://alessandradidomenico.it/quello-che-dovresti-sapere-sul-dolore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2022 15:19:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi nella propria vita non si è mai trovato a vivere una condizione di dolore? Sicuramente con sfumature diverse, ma ognuno di noi, sin dalla tenera età, ha provato almeno una volta nella propria vita DOLORE. È qualcosa con cui ogni professionista che opera nell’ambito della salute si confronta quotidianamente e ne conosce bene la [&#8230;]]]></description>
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<p>Chi nella propria vita non si è mai trovato a vivere una condizione di dolore? Sicuramente con sfumature diverse, ma ognuno di noi, sin dalla tenera età, ha provato almeno una volta nella propria vita DOLORE. È qualcosa con cui ogni professionista che opera nell’ambito della salute si confronta quotidianamente e ne conosce bene la sua difficile gestione.</p>



<p>Sin dalle epoche più remote,&nbsp;<strong>la medicina ha sempre cercato di spiegarlo ma soprattutto di limitarlo e renderlo più sopportabile</strong>. Negli ultimi anni le neuroscienze hanno fatto passi da gigante nel&nbsp;<strong>decodificare i fenomeni alla base di questa esperienza</strong>&nbsp;e sono diverse le modalità terapeutiche con cui può essere affrontato. Tuttavia,&nbsp;<strong>ci sono alcuni tipi di dolore</strong>&nbsp;che, sebbene abbastanza chiari dal punto di vista del funzionamento di base,&nbsp;<strong>vedono ancora una limitata opportunità terapeutica</strong>&nbsp;e ne è un esempio il DOLORE CRONICO.</p>



<p>Prima di dare una classificazione dei diversi tipi di dolore, dobbiamo innanzitutto definirlo. La Società più importante sullo studio del Dolore, la IASP, lo identifica come una&nbsp;<strong>spiacevole sensazione corporea o un insieme di sensazioni in grado di impattare negativamente la componente fisica ed emotiva di una persona e non necessariamente si associa a danno dei tessuti.</strong>&nbsp;Quest’ultimo aspetto è sicuramente uno dei più interessanti, perché si allontana un po’ da quello a cui siamo abituati a credere: ossia che il dolore sia sempre associato ad una qualche anomalia anatomica, come ad esempio un’ernia, una artrosi, uno schiacciamento dei dischi intervertebrali e tanti altri. Le recenti evidenze ci dicono che non sempre è così.</p>



<p>Una delle forme più comuni di dolore è, ad esempio, quella sensazione che abbiamo quando pungiamo il dito con uno spillo ed immediatamente retraiamo la mano, questa primaria forma viene definita&nbsp;<strong>NOCICETTIVA</strong>. Nella maggior parte dei casi rappresenta&nbsp;<strong>una risposta difensiva nei confronti di un potenziale danno o pericolo.</strong>&nbsp;In questi termini il dolore è importante che sia presente, perché aiuta a&nbsp;<strong>proteggerci da situazioni di rischio</strong>. Basti pensare che esiste una malattia in cui le persone affette non percepiscono alcun tipo di dolore e questo comporta una bassa aspettativa di vita. Pensiamo oppure al&nbsp;<strong>dolore in seguito ad un trauma</strong>, anche qui si tratta di una&nbsp;<strong>risposta funzionale</strong>&nbsp;in quanto aiuta a&nbsp;<strong>proteggere l’area danneggiata</strong>&nbsp;ed è chiaro che, in queste due condizioni, il dolore si associa ad un danno del tessuto. La differenza con l’esempio precedente è che in questa seconda condizione sono presenti fenomeni infiammatori e possiamo quindi definirlo&nbsp;<strong>DOLORE INFIAMMATORIO</strong>, anch’esso molto importante a scopi protettivi.<br>Quindi una prima considerazione che possiamo fare alla luce di quanto appena detto è che, sia il dolore di natura nocicettiva, sia il dolore di natura infiammatoria, sono due fenomeni di protezione e che, in condizioni ottimali di salute, vanno spontaneamente incontro a risoluzione, purtroppo però poche volte si torna allo stato tissutale di pre-trauma, specialmente in seguito ad infiammazione. Solitamente queste due categorie di dolore, nocicettivo e infiammatorio, definite sulla base dei meccanismi patofisiologici che ne sono alla base, rientrano nella categoria del&nbsp;<strong>DOLORE ACUTO</strong>&nbsp;la cui definizione è data da criteri temporali.</p>



<p>Ma&nbsp;<strong>cosa accade quando il dolore non passa?</strong>&nbsp;Perché un dolore da una fase acuta permane per molto tempo? La prima complicazione di questi fenomeni è quando ad esempio un dolore su base infiammatoria,&nbsp;<strong>non viene curato adeguatamente</strong>&nbsp;e per adeguatamente intendo una completa risoluzione dell’infiammazione e il ripristino della ottimale funzione del tessuto lesionato. Quante volte abbiamo avuto un dolore ripresentatosi più e più volte, curato sempre in maniera inadeguata e alla fine è diventato un dolore del quale facciamo fatica a liberarci? Ecco, questo è esattamente ciò che accade nel&nbsp;<strong>passaggio da un dolore acuto</strong>, che potremmo quasi definire fisiologico,&nbsp;<strong>ad un dolore cronico</strong>, in cui si perdono le caratteristiche fisiologiche.</p>



<p>Introduciamo quindi un nuovo termine, il&nbsp;<strong>DOLORE CRONICO</strong>, che spiegherò in maniera più approfondita in un altro articolo, qui cercheremo solo di capirne le caratteristiche. La prima cosa da dire è che il dolore cronico&nbsp;<strong>raramente si associa solo ed esclusivamente ad un danno tissutale</strong>. Può capitare infatti di avere dolore, eseguire indagini diagnostiche e sentirsi dire che “non c’è niente” o comunque non ci sono condizioni tali da giustificare un dolore persistente. E quindi da dove arriva quella sensazione che ci sta affliggendo? Il dolore cronico è&nbsp;<strong>l’elaborazione di una miriade di informazioni che stanno arrivando al nostro sistema nervoso centrale</strong>, il quale le elabora e ci restituisce una sensazione che noi identifichiamo come dolore. Si tratta di una&nbsp;<strong>forma di iperprotezione e di iperreattività nei confronti di stimoli esterni ma anche interni</strong>. Sono quelle situazioni in cui sembra di avere dolore ovunque, come se non riuscissi a localizzarlo in un punto preciso, sono quelle situazioni in cui se un giorno vivi una “giornata no”, hai la sensazione che il dolore peggiori. Ecco, ti do una buona notizia, non è una sensazione sbagliata, è esattamente così come senti perché questo tipo di dolore risente di numerose condizioni, tra cui anche la cosiddetta&nbsp;<strong>sfera psico-sociale della persona</strong>.</p>



<p>Non entreremo nei dettagli neurofisiologici di questi fenomeni, ma ciò che mi preme dire è che, per usare una metafora, è come se il sistema nervoso centrale non riuscisse a gestire, filtrare e mettere in ordine le informazioni che gli arrivano e l’effetto di questo è una sorta di caos, come quando arrivano centinai di mail nella cassetta generale e non riusciamo a filtrarle. Quella stessa sensazione che avete quando rientrate in casa ed è tutto in disordine, non sapete da dove iniziare a sistemare; ecco, il sistema nervoso vive, nel dolore cronico, un qualcosa di simile.</p>



<p>Possiamo quindi dire che il dolore viene classificato sulla base di un criterio temporale e sulla base di un criterio patofisiologico. Nella prima categoria rientrano il dolore acuto, subacuto e cronico, sebbene il criterio temporale trovi in clinica non sempre delle nette distinzioni. Sulla base del criterio patofisiologico invece distinguiamo il&nbsp;<strong>dolore nocicettivo, infiammatorio, neuropatico e nociplastico</strong>. Nei prossimi articoli cercherò di sviluppare singolarmente ognuno di questi fenomeni.</p>



<p>Ricapitoliamo dunque quanto detto.<br><strong>Il dolore non sempre si associa ad un danno tissutale</strong>. Quando il danno è presente si parla nella maggior parte dei casi di dolore nocicettivo/infiammatorio (puntura di spillo e trauma diretto), in termini di meccanismi fisiologici, o acuto/subacuto in termini temporali. Quando il dolore acuto non si risolve in maniera fisiologica è probabile che avvenga una transizione in dolore cronico che vedremo ha caratteristiche nociplastiche con de regolazione del sistema di elaborazione delle informazioni.</p>



<p>Perché è importante che un professionista sanitario, che opera nell’ambito del dolore, conosca questi concetti? E soprattutto, perché è importante che sappia da quale tipo di dolore è affetta la persona che a lui si rivolge? Perché stanno sempre più emergendo evidenze riguardo quella che viene chiamata la&nbsp;<strong>PAIN EDUCATION</strong>, ossia illustrare ed aiutare la persona affetta da dolore a comprendere quello che sta avvenendo nel suo corpo, al fine di poter gestire quella condizione nella maniera più efficace possibile. In secondo luogo, perché comprendere il tipo di dolore che il paziente ci riferisce è fondamentale per la sua gestione terapeutica.&nbsp;<strong>È fondamentale evitare che un dolore acuto/subacuto si trasformi in un dolore cronico</strong>, la cui gestione in termini di qualità della vita e costi sociali ha un impatto notevole.</p>
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		<title>Dolore cronico ed esercizio fisico</title>
		<link>https://alessandradidomenico.it/dolore-cronico-ed-esercizio-fisico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Nov 2020 15:11:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Perché l’esercizio fisico ti fa sentire bene? L’idea comune è che l’esercizio fisico, aumentando la produzione di “endorfine”, induca una naturale condizione di analgesia. Questa spiegazione in realtà non è lontana dalla realtà. La parola endorfina è l’abbreviazione di morfina endogena, una sorta di “farmaco” oppioide che può iniziare a circolare nel corpo quando ci [&#8230;]]]></description>
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<p>Perché l’esercizio fisico ti fa sentire bene? L’idea comune è che l’esercizio fisico, aumentando la produzione di “endorfine”, induca una naturale condizione di analgesia. Questa spiegazione in realtà non è lontana dalla realtà. La parola endorfina è l’abbreviazione di morfina endogena, una sorta di “farmaco” oppioide che può iniziare a circolare nel corpo quando ci si muove. Questo meccanismo rientra tra i vari processi dell’analgesia indotta dall’esercizio fisico, tra cui l’attivazione del sistema di inibizione del dolore. Fondamentale è&nbsp; che questo sistema funzioni bene non solo per ottenere quel senso di benessere post allenamento, ma anche per prevenire il dolore cronico. Un’attività fisica regolare potrebbe essere il modo migliore per mantenere&nbsp; il suo corretto funzionamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Controllo del dolore dall’alto verso il basso: inibizione discendente</strong></h4>



<p>Un meccanismo chiave per l’analgesia indotta dall’esercizio fisico è l’inibizione discendente della nocicezione, che si verifica quando alcune aree cerebrali sopprimono i segnali nocicettivi nel midollo spinale. Questo è chiamato controllo “dall’alto verso il basso” sul dolore, perché il cervello ha voce in capitolo sull’eventualità che il dolore si manifesti, invece di riflettere passivamente i segnali dal basso verso l’alto dal corpo.</p>



<p>Ad esempio, in caso di emergenza o pericolo, il cervello potrebbe riconoscere che la sopravvivenza richiede la corsa, quindi attiva il sistema inibitorio discendente per sopprimere la nocicezione, non far quindi percepire il dolore per mettere in atto efficientemente un comportamento di sopravvivenza.</p>



<p>Questo sistema è generalmente attivato da un’attività fisica intensa. Durante una maratona ad esempio (che può essere percepita come un’emergenza minore), i piedi e le ginocchia possono generare molta nocicezione, ma gran parte di essa sarà inibita se i centri cerebrali superiori determinano che il completamento della maratona è un obiettivo prezioso. Non sorprende che i triatleti abbiano sistemi inibitori discendenti molto attivi. Le persone con dolore cronico e fibromialgia si trovano all’estremità opposta dello spettro: i loro sistemi inibitori discendenti non funzionano affatto bene, motivo per cui spesso si sentono peggio e non meglio durante l’attività fisica. Molti esperti ritengono che il comportamento del sistema inibitorio discendente sia un fattore critico nella spiegazione del dolore cronico (Ossipov 2012, 2015).</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Cambiamenti del sistema immunitario</strong></h4>



<p>L’attività fisica può anche influenzare il dolore provocando cambiamenti complessi nel comportamento del sistema immunitario, sia a livello locale che globale. Ad esempio, l’esercizio fisico può modulare il fenotipo dei macrofagi nei muscoli, rendendoli più propensi a rilasciare citochine antinfiammatorie rispetto alle citochine proinfiammatorie.&nbsp;Esistono ricerche che indicano che l’esercizio fisico regolare può ridurre il livello di citochine infiammatorie circolanti nel sangue, nei pazienti con fibromialgia e controlli sani.&nbsp;Altre ricerche mostrano che l’esercizio fisico regolare può ridurre l’attivazione delle cellule gliali nel sistema nervoso centrale, ridurre le citochine infiammatorie e aumentare le citochine antinfiammatorie nel corno dorsale.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione</strong></h4>



<p>L’analgesia indotta dall’esercizio fisico non riguarda solo la produzione di sostanze chimiche temporanee per il benessere da una sessione di jogging o sollevamento pesi. Si tratta di mettere a punto un sistema la cui corretta funzione è necessaria per far sentire bene a lungo termine.</p>



<p><strong>La prospettiva più pratica di quanto detto finora, è tenere presente lo scopo per cui si è evoluto il sistema inibitorio discendente, che è quello di aiutarci ad eseguire movimenti individuali di fronte a un potenziale pericolo fisico.&nbsp;</strong>L’inibizione discendente è lì per mantenerci in movimento anche quando i movimenti generano un certo dolore,&nbsp;<strong>specialmente quando quei movimenti sono significativi e intrinsecamente motivanti.&nbsp;</strong>Per mantenere il sistema sano, bisogna sfidarlo a svolgere questa funzione a un livello di intensità leggermente al di sopra delle proprie capacità il più spesso possibile e vedere se si adatta migliorando ogni giorno di più.</p>



<p>In questo modo si incrementa la funzione di tutti i diversi sistemi corporei che aiutano a muoversi, inclusi muscoli, tendini, ossa e sistema cardiovascolare. Quando sono sottoposti a un livello appropriato di sfida o stress per svolgere il loro lavoro, migliorano nel farlo.&nbsp;Forse qualcosa di simile vale per il sistema inibitorio discendente. Bisogna trovare movimenti che fanno sentire bene, o che almeno danno un “buon dolore”, ed eseguirli frequentemente.</p>



<p>Articolo originale (tradotto e modificato) tratto dal blog di Physio-Network</p>
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		<title>Osteoartrosi ed evoluzione: quale correlazione?</title>
		<link>https://alessandradidomenico.it/osteoartrosi-ed-evoluzione-quale-correlazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Alessandra Di Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 15:09:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gestione del Dolore]]></category>
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					<description><![CDATA[Durante l’evoluzione umana, gran parte delle nostre articolazioni si è adattata alle richieste biomeccaniche del bipedismo, alterando in tal modo i programmi di sviluppo delle cellule che costituiscono le cartilagini, i condrociti. Questo è stato un vero e proprio processo adattativo che, da un lato ha costituito un notevole vantaggio evolutivo in termini di efficienza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante l’evoluzione umana, gran parte delle nostre articolazioni si è adattata alle richieste biomeccaniche del bipedismo, alterando in tal modo i programmi di sviluppo delle cellule che costituiscono le cartilagini, i condrociti. Questo è stato un vero e proprio processo adattativo che, da un lato ha costituito un notevole vantaggio evolutivo in termini di efficienza per la nostra specie, dall’altro ha avuto deleterie conseguenze per la nostra salute, in particolar modo per il sistema muscolo-scheletrico.</p>



<p>Affinché potesse realizzarsi questo vantaggio di adattamento, il corpo dei primati ha messo in atto una serie di cambiamenti che, nel tempo, hanno portato ad un rimodellamento biologico ed anatomico delle articolazioni, per rispondere in modo efficiente all’ambiante che cambiava. Ad occuparsi di questo lavoro plastico sono stati i nostri geni che, sotto la spinta ambientale, hanno nel tempo modificato la loro “espressione” per plasmare il corpo in maniera conforme alle richieste esterne.</p>



<p>Il ginocchio rappresenta, in tal senso, un importante esempio di capolavoro biomeccanico operato dalla Natura, tuttavia l’osteoartrosi (OA) del ginocchio, una condizione in cui i tessuti cartilaginei si deteriorano, è uno dei molteplici costi del bipedismo. Questa patologia, oggi, colpisce circa 250 milioni di persone nel mondo e un recente studio ha indagato i fattori genetici ed epigenetici che ne sono alla base.</p>



<p>Secondo gli autori, siamo stati in grado di sostenere la posizione eretta grazie a particolari aree di genoma in grado di dare forma e funzione biologica al nostro ginocchio, escludendo per meccanismi di selezione negativa altre potenziali conformazioni, le quali sarebbero risultate decisamente svantaggiose. Tuttavia l’alta varietà della nostra specie, ha fatto sì che, alcune varianti geniche in grado di modificare leggermente l’anatomia del ginocchio o i meccanismi biologici che ne garantiscono la funzionalità, potessero continuare ad esistere all’interno del DNA.</p>



<p>In alcune persone queste variabili sono “silenti” e in virtù di questo il ginocchio è in grado di sviluppare una efficiente anatomia, fisiologia e biomeccanica, in altre persone invece queste variabili sono attive esponendo l’articolazione al rischio di OA. Non si tratta di vere e proprie mutazioni geniche, motivo per cui questi cambiamenti non si manifestano come anomalie visibili (per intenderci, se questi soggetti facessero una indagine radiologica, la struttura si presenterebbe macroscopicamente normale). Si tratta piuttosto di piccole variazioni di forma date da un diverso, diciamo così, modo di “comunicare” dei geni. Del resto è questo quello che fanno i nostri geni, danno istruzioni alle nostre cellule le quali si attivano in risposta a tali segnali, tuttavia sono moltissimi i fattori che possono interferire in questa comunicazione e distorcere il messaggio finale. Se le istruzioni sono distorte, il compito finale lo sarà di conseguenza.</p>



<p>Quello che hanno osservato gli autori nello studio è stato che, sia i topi che gli esseri umani, che presentavano una alterazione nei meccanismi di regolazione dei geni suddetti era presente OA in quanto una leggera variazione dell’anatomia è legata ad una anomala biomeccanica articolare e una eccessiva usura e degenerazione della cartilagine.</p>



<p>Un altro elemento molto interessante è stata la maggiore incidenza in soggetti esposti a fattori di rischio come obesità, poca attività fisica e processi infiammatori, correlandola ad un probabile alterazione della regolazione genica. Questo ci suggerisce che, nonostante secondo gli autori, ci sia una base genetica ed ereditaria per questa patologia, abbiamo comunque strumenti (epigenetici!) in grado di modulare positivamente questo rischio.</p>



<p>Attualmente la gestione non chirurgica del dolore da OA, prevede modalità terapeutiche sia farmacologiche che non farmacologiche. Gli approcci non farmacologici comprendono il trattamento manipolativo osteopatico, la terapia fisica, l’esercizio fisico, l’uso di dispositivi di assistenza e la riduzione del peso corporeo. I pazienti beneficiano spesso della combinazione di queste modalità terapeutiche.</p>



<p>– Richard D, Liu Z, Cao J, et al. Evolutionary Selection and Constraint on Human Knee Chondrocyte Regulation Impacts Osteoarthritis Risk.&nbsp;<em>Cell</em>. 2020;181(2):362‐381.e28.</p>



<p>– Barron MC, Rubin BR. Managing Osteoarthritic Knee Pain.&nbsp;<em>J Am Osteopath Assoc</em>&nbsp;2007;107(suppl_6):ES21–ES27.</p>
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